Razzisti del web, Il mio dialogo con gli intolleranti
Categoria : DIALOGO CON L'EDITORE
Pubblicato da Giuseppe Piccolo in 15/6/2018
Nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza, della religione o della classe alla quale appartengono. Gli uomini imparano a odiare, e se possono imparare a odiare, possono anche imparare ad amare, perché l'amore, per il cuore umano, è più naturale dell'odio.  “Il razzismo è l'espressione del cervello umano ridotta ai minimi termini.” Non sono contro il razzismo ma contro l'ignoranza, perché il razzismo è il frutto dell'ignoranza.


Floriana, hai lavorato a scuola tutta la vita, c'è una foto che ti ritrae in un'aula, in piedi dietro bambini sorridenti con il grembiule azzurro. Nella tua pagina Facebook, qualche giorno fa, hai commentato la falsa notizia di un profugo che promette di sgozzare decine di italiani. Hai scritto che i migranti stanno "massacrando l'Italia e gli italiani " e che quel profugo merita di essere evirato - tu l'hai detto con termini un po' più rudi - e rispedito "su un gommone verso il suo paesaccio", con il suo stesso membro in bocca. Ti ho scritto, senza conoscerti - sconosciuto a una sconosciuta.



Ti ho chiesto se ti sembrasse giusto, opportuno parlare così. Mi hai risposto, digitando tutto in lettere maiuscole: "Sì, ho diritto di scrivere liberamente quello che penso, perché?". Perché forse è un linguaggio un po' troppo violento. Perché le parole hanno un peso, comportano una responsabilità. "La situazione è molto violenta per tutti, mi sono adeguata, o meglio ho usato il linguaggio per smuovere idee e convinzioni, in realtà sono diversa". Mi ha colpito che tu mi abbia risposto, che tu abbia impiegato tempo a dialogare con un intruso, "un qualunquista attuale", "un perbenista del cazzo". Ma mi ha colpito soprattutto una frase: "In realtà sono diversa".



La dinamica del confronto sui social, o della sua parte peggiore, è ormai tanto evidente da risultare ovvia. Inutile tornarci sopra. La folla di hater, di troll, di lanciatori di pietre, più o meno consapevolmente, usa parole che non userebbe in famiglia, tra amici seduti intorno a un tavolo. Dobbiamo rassegnarci? Credo di no. D'altra parte, appena lo si accosta, l'hater seriale appare subito ammansito. Così, l'autore di un commento sul dodicenne pakistano morto in un canale ("Per fortuna che l'hanno trovato morto se no ci toccava mantenerlo"), quando è stato raggiunto dalla telefonata del direttore della "Gazzetta di Reggio", ha ammesso di essersi "lasciato prendere la mano". "In realtà sono diversa", diceva Floriana. Dovremmo supporre dunque che sia "diversa" anche Teresa, rispetto al momento in cui scrive "Bisogna riportarli nel deserto e lasciarli senza acqua né cibo"; e Simone, che scrive: "Ma perché non li prendiamo a sprangate?". E Giusy, che posta la foto della nipote nel giorno della prima comunione e poi scrive che "i nigeriani come razza negra sono i più bastardi e violentano le donne dalla pelle bianca". "Le donne dalla pelle bianca".



Se risulta ingenuo pretendere di sedare risse e sfoghi sui social, così come nelle giornate degli umani in genere, non lo è forse chiedersi quale sia il limite accettabile. Il ragazzo di sedici anni che scrive "Arrivano anche i negri a Mottola, ci stiamo rovinando" e aggiunge l'emoji con la mascherina sulla bocca, merita un'alzata di spalle, oppure è un problema? Abbiamo liquidato il politicamente corretto come moralistico, come buonista, e anni di campagne contro il razzismo non hanno impedito a un ragazzo nato nel ventunesimo secolo di esprimersi come un trisavolo fascista: "i negri". Se un ventiseienne, che dice di ispirarsi a Falcone e Borsellino, insiste su una presunta "guerra civile" fra italiani e migranti, va considerato un ragazzetto sciocco, o è un problema? Tra i 2.700 commenti che lo assecondano, ce n'è uno che dice: "Tra poco tornerà il nazismo e io mi godrò la repressione con popcorn e bibita fresca". Una battuta? Il sarcasmo a buon mercato della Rete? Forse non solo. Forse non più.



"Io di buonisti ne ho le palle piene!" reagisce Alexandra, quando le faccio notare che invitare a sparare contro "gli stranieri" e a "riprendersi l'Italia " forse è pericoloso. Un uomo che si firma "Shooter", invece, modera subito i toni, dice di non essere per il far west: "A volte sui social si commenta d'impulso, presi anche dalla rabbia per un Paese che non va". "Io non sparerei mai, ma qui stiamo ormai in guerra" mi dice Alessio, che invitava il governo, in un commento pubblico, a mettere navi militari a largo delle coste africane e a fare fuoco sui migranti.



"Si commenta d'impulso". "Io sono diversa". "Io non sparerei mai". Se - come ricordava su "Repubblica" Chiara Saraceno - l'Italia "appare" come il secondo Paese più razzista d'Europa, possiamo fare finta di niente? In quell'"appare " c'è tutto: il malessere, il risentimento sociale, la rabbia più cieca che cerca bersagli con un'irruenza ottusa e indiscriminata. La molla del razzismo si carica anche, o soprattutto, di questo - e non è inoffensiva. Nemmeno le parole lo sono. La pelle bianca, i negri, i nigeriani bastardi, la repressione nazista. Che cosa sta accadendo al nostro lessico? Che cosa sta accadendo a noi? La signora Floriana mi spiega che "loro" sono aggressivi, vogliono fare i padroni a casa nostra, "è un'invasione, e non stiamo parlando di inglesi, francesi, che sono uguali o molto simili a noi"; "sono convinta che l'Italia è degli italiani che se la sono guadagnata". Poi mi ringrazia, con una gentilezza sorprendente, per avere dialogato con lei: "Buone cose ". Buone cose a te, Floriana - anche se è difficile mettere insieme la foto fra i bambini, la tua gentilezza di ora, il sorriso nell'immagine del profilo e la frase in cui pretendi che si eviri un profugo. Richiede uno sforzo di immaginazione immenso, e di empatia - lo stesso che tu non riesci nemmeno a ipotizzare verso quel ragazzo nero passato in bicicletta davanti a casa tua, e che - dici - "mi è sembrato arrogante e aggressivo".



"Come? il turco mio fratello? mio fratello il cinese? il giudeo? il siamese?". Era il diciottesimo secolo - e Voltaire faceva il verso ai razzisti di allora, agli eterni pregiudizi, alle radici salde dell'intolleranza. "Cadono le braccia a osservare come gli uomini si comportano con gli altri uomini", sì, ma una possibilità di correggersi c'è sempre. "Dobbiamo "Come? il turco mio fratello? mio fratello il cinese? il giudeo? il siamese?". Era il diciottesimo secolo - e Voltaire faceva il verso ai razzisti di allora, agli eterni pregiudizi, alle radici salde dell'intolleranza. "Cadono le braccia a osservare come gli uomini si comportano con gli altri uomini", sì, ma una possibilità di correggersi c'è sempre. 

"Dobbiamo lottare contro noi stessi", scriveva in una lettera, commentando con irritazione la frase di chi, arrivato a una certa età, sbotta: "Ormai sono fatto così". "Be', vecchio stupido, cerca di cambiare". Comincia dalle parole